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Il latte alla spina consente l’utilizzo di bottiglie di vetro e di sostenere il km 0

di Fernando Marzillo

Le tematiche ambientali, oggetto di studio dei ricercatori e di scelte economico-politiche dei legislatori influenzano le abitudini di acquisto dei consumatori.

La plastica: chimicamente un complesso polimero.

Inventata meno di cento anni fa, è oggi al servizio dell’uomo spesso per pochi istanti. Non è degradabile dall’ambiente che la trattiene per secoli prima che, decomposta a minuscole particelle, continui ad arrecare danni. Il consumatore come ultimo anello della catena, diventa così inquinatore obbligato, a volte impossibilitato di effettuare scelte alternative ed ecocompatibili. I sacchetti shopper per acquistare frutta e verdura tanto dibattuti in questo periodo ne sono un esempio.

Latte e plastica: un matrimonio pluridecennale, consolidato e apparentemente perfetto.

In un lontano passato, il latte veniva venduto in latteria direttamente nei contenitori di alluminio che il consumatore si portava da casa. Poi è venuta la volta delle bottiglie di vetro nelle quali l’unico elemento inquinante era rappresentato dal tappo di chiusura in stagnola. Successivamente fu la volta del contenitore in Tetra Pak costituito in poliaccoppiato dallo smaltimento complesso (carta, polietilene ed alluminio), Ultima la plastica che nel tempo si è imposta sulle varie forme di packaging. Economica, resistente, pratica, leggera, ma aimè molto inquinante. Ci siamo nutriti di latte ed ubriacati di plastica al punto che oggi è necessario consumarne il meno possibile.

Come? Due al momento le alternative. I distributori a latte crudo lo permettono, insieme alla possibilità di sostenere un’ economia a km 0 e quella di acquistare un alimento di ottima qualità ad un prezzo ragionevole sia per l’acquirente che per il produttore.

La seconda scelta per ridurre il consumo di plastica, (in realtà ne esisterebbe una terza di invenzione inglese, ma al momento non commercializzata in Italia; si tratta della Green Bottle, una bottiglia composta da una parte esterna in cartone riciclato ed una interna realizzata con una plastica ottenuta da amido di mais), è quella di sostenere le aziende la cui “mission” è anche ricerca di una innovazione sostenibile come per l’appunto l’utilizzo del vetro in sostituzione della più inquinante plastica.

Attualmente in Italia esistono solo pochi produttori che praticano questo virtuosismo ambientale. In Inghilterra invece questa pratica è più conosciuta forse perché facilitata da una tradizione che ha visto in passato il cittadino inglese abituato a trovare al mattino davanti a casa latte e giornale. La vendita del latte nella bottiglia di vetro e del contestuale ritiro del reso come vuoto a rendere, ha fatto parte del costume inglese fino agli anni 70. Sono stati i decenni successivi però a consacrare la plastica quale contenitore perfetto. Oggi la tendenza (anche grazie alle politiche ambientali) sta cambiando e la consegna quotidiana del latte fresco in bottiglia di vetro trova ragione nei numeri che l’hanno vista venduta nell’anno trascorso in 800 mila unità giornaliere.

La chiave di lettura di questo fenomeno va interpretata come risposta alle richieste del consumatore di sostenibilità ambientale. Oggi il vetro è riciclabile al 100% ed è il materiale ideale per preservare la salubrità dell‘alimento. Pur essendo, pesante (incide per un terzo sul peso totale del carico di latte, contro il 5% della plastica), è infatti completamente riutilizzabile e consuma nel corso della sua “vita” circa la metà dell’energia impiegata per produrre una bottiglia di plastica.

In Italia è proprio di questi giorni la notizia dell’entrata in vigore del decreto “vuoto a rendere”, un sistema sperimentale della durata di 12 mesi che incentiva il riutilizzo e il riciclo delle bottiglie attraverso una cauzione compresa tra i 5 e i 30 centesimi di euro in funzione del loro volume. Al momento valevole solo per le bottiglie di acqua e birra vendute da bar ristoranti e alberghi. Al termine della sperimentazione verrà valutata la fattibilità tecnica, economica ed ambientale per eventualmente estendere ad altri tipi di prodotto ed altre tipologie di consumo la buona pratica.

Chissà se qualche industria lattiero-casearia si farà trovare pronta ad un eventuale appuntamento!

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