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Oltre a condizionare la nostra libertà, il Covid ci toglie il gusto delle buone cose, del buon formaggio. Finirà!

Di Fernando Marzillo

Con quale ammaliante odore un attraente formaggio cercherà di rapirmi, e con quali stuzzicanti sapori un tagliere ben assortito di prodotti caseari, catturerà il mio palato? Resistere per i più svariati motivi al piacere di una seducente emozione gustativa, è cosa fattibile, ma l’impegno mentale richiesto, può risultare notevole. Le cose si complicano quando nella relazione tra cibo e palato si frappongono (spesso provvidenzialmente), i lungimiranti suggerimenti dei nutrizionisti, ma ancor più peggiorano, se le emozioni di natura sensoriale non dipendono più dalla nostra volontà, ma si annullano in maniera incomprensibile ed improvvisa, in seguito alla comparsa del temuto Covid 19, il virus che insieme al suo bagaglio di dolore, ci consegna purtroppo anche questi “fastidi” cosiddetti minori.

Ciò mi porta a fare alcuni semplici ragionamenti.

Anzitutto che il diritto acquisito ed inviolabile (ottenuto peraltro senza particolari meriti), che ci consente di gustare liberamente e nella quotidianità un alimento, non sempre collima in una verità assoluta. Quando infatti inaspettatamente siamo costretti a familiarizzare con la parola ageusia (cioè perdita del gusto), il turbamento che proviamo è simile al disorientamento che segue una improvvisa interruzione di energia elettrica tra le mura domestiche.

Un black out elettrico che ha tante analogie con quello sensoriale.

“Salta” la corrente, si crea un corto circuito tra i recettori nervosi deputati alla percezione degli stimoli sensoriali e l’impulso elettrico necessario alla trasmissione degli stessi al cervello, il quale in condizioni normali, dopo averli identificati e memorizzati, ci permetterà di riconoscerli in futuro. Questa particolare condizione ci induce immediatamente a rimpiangere qualsiasi odore, sapore ed aroma fino a poco tempo prima noto, e poco conta se il comune parlare ci portava ad esprimere tali sensazioni con termini anche impropri.

Quante volte infatti assaggiando un formaggio abbiamo definito gradevole quel buon sapore di burro, di latte, di frutta secca/esotica che lo caratterizzava, ben sapendo o ignorando che gli odori non possono essere assimilati e confusi con i quattro sapori universalmente riconosciuti nel mondo occidentale – dolce, salato, acido, amaro- al quale si è aggiunto l’umami corrispondente al gusto del glutammato di sodio.

La seconda riflessione riguarda invece i termini che spesso utilizziamo per esprimere i soggettivi giudizi di bontà rispetto al cibo. Troppe volte purtroppo associamo il termine “schifoso” ad un alimento solo perché semplicemente non ci soddisfa. Troppo facile addossare la croce a tanti prodotti che se solo fossero di accessibilità ridotta, risalirebbero ben presto nella classifica di quelli graditi. E’ indiscutibile che ognuno possieda i propri gusti personali, tant’è che la locuzione latina “de gustibus non disputandum est” non abbisogna di ulteriori commenti, ma accostare al cibo una simile sentenza se non per le evidenti conseguenze derivanti da una difettosa produzione o cattiva conservazione, mi sembra francamente esagerato.

Per rispetto di chi non può permettersi il lusso di formulare tali verdetti, ritengo più corretto avvalersi di un altro linguaggio: non mi aggrada, non mi invoglia o semplicemente un autentico, ma giammai offensivo, non mi piace.

Ben altri infatti sono i motivi e le cause cui è possibile collegare tale aggettivo di natura dispregiativa. Penso per l’appunto, ma non solo, a questo dannato Covid che ancora condiziona la nostra libertà o nella migliore delle ipotesi, i nostri esigenti palati.

Forse quando tutto sarà un ricordo, sorrideremo per quei momenti in cui i cibi non avevano sapore né odore, ma solo una diversa consistenza, e forse questa esperienza ci avrà insegnato ad esprimere giudizi con maggiore attenzione rispetto all’uso di alcune parole pronunciate troppe volte a cuor leggero.

articolo covid

 

 

 

 

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